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lunedì 13 dicembre 2010

Lo giuro sulla mia lama - Editing e commento di Ornella Albanese

- Non oltraggerai mai più questa donna, lo giuro sulla mia lama.
- Staremo a vedere, bastardo.
Roderick colpì Malika con una frustata e la scaraventò davanti a Donato. Questi ribollì di rabbia. La donna tremava a terra, il sari di seta sbranato dalle frustate. I lunghi capelli corvini le coprivano il volto come una cortina funerea. Aveva paura di muoversi, di guardare cosa stava per accadere. Non c’era via di scampo per lei: la frusta del suo padrone avrebbe continuato a tormentarla fino alla morte.
E ora, in quell’istante, qualcuno si era frapposto tra lei e il suo destino infelice. Una lama pronta a difenderla, una lama mossa da una mano forte, giusta. Donato, l’ispettore creolo delle tenute malesi di lord Kingsley. Donato, il suono di quel nome le scosse la coscienza. Quell’uomo sconosciuto era  piombato nella sua vita sconvolgendola come un monsone. E ora stava per battersi contro Roderick, il nipote di lord Kingsley. La donna alzò il capo tremante e vide davanti a sé il giovane ispettore con la sciabola in pugno. Una violenta frustata le sferzò la schiena. I brandelli dell’abito di seta volarono nell’aria come ali di farfalle svelando la pelle dorata e insanguinata della schiena. La giovane gridò e si abbatté supina a terra.
- Che cosa ti prende, creolo, dov’è la tua rabbia? - gridò Roderick ridendo sguaiatamente. Poi ripose la frusta e sguainò il fioretto.
L’ira e lo sdegno incendiarono gli occhi neri dell’ispettore. La mano forte strinse l’elsa della sciabola. Le gambe si tesero in uno scatto. Un grido ferino investì lo spavaldo Roderick: davanti ai suoi occhi, tutta la rabbia e la furia del creolo. Con prontezza l’inglese scartò di lato, evitando l’assalto. Donato si girò e lo caricò ancora. La danza mortale della frusta e della sciabola proseguì nel grande cortile, lontano da Malika svenuta.
Quel duello era come una corrida: Roderick, con l’eleganza di un toreador, scartava e schivava le cariche furiose del creolo. Ben presto però quel gioco di finte e schivate sfiancò l’inglese che cedette alla forza taurina dell’avversario. I duellanti abbandonarono le armi, e la lotta divenne serrata, un convulso avvinghiarsi di corpi sudati. I due uomini lottarono come leoni, il loro sangue macchiò la sabbia del cortile. Presto la sete di giustizia e di rivalsa per Malika infuocò i muscoli di Donato, che serrarono mortalmente il collo di Roderick.
L’inglese rantolò.
Donato lasciò andare il corpo del nemico, trascinandosi esausto fino a Malika.
La giovane aprì gli occhi tra le sue braccia. Il creolo era ansante, coperto di graffi. Malika stava per chiedergli cosa fosse accaduto, ma lui le mise un dito sulle labbra e le sorrise.
- E’ tutto finito, non hai più nulla da temere.
Gli occhi di Malika brillarono di lacrime di liberazione. Mise le braccia tremanti al collo di Donato e pianse di gioia: era tutto finito, e Donato, il suo salvatore, era lì con lei. Vivo.




Il brano ha una forte potenza descrittiva, immagini suggestive (i brandelli del sari che volano come farfalle, la cortina funerea dei capelli) e la scelta personalissima di vocaboli insoliti (il sari di seta sbranato dalle frustate). Anche la frase del titolo, che torna nel primo rigo, è davvero indovinata.
Il mio intervento si è basato su lievi correzioni di punteggiatura e ha cercato di eliminare le ripetizioni, specialmente dei nomi propri.
Un buon editing rispetta le scelte lessicali dell’autrice: io ho sostituito solo tre parole: sguainata, che è un termine perfetto ma ha il limite di creare una rima involontaria con la parola che segue frustata. Idiota, perché bastardo è più duro e si adatta di più al registro “forte” del racconto. Si riebbe perché aprì gli occhi è più dolce, nel momento in cui l’incubo finisce. Poi ho eliminato con impeto perché il termine scaraventare racchiude già in sé l’idea dell’impeto.
L’inglese rantolò , isolato, dà rilievo alla morte, già annunciata nel mortalmente del rigo precedente.
Un’ultima cosa: la danza mortale della frusta e della sciabola ha in sé un’incoerenza, perché Roderick ha riposto la frusta. Ma l’immagine è così bella che ho preferito tenerla.
Per concludere, desidero fare i miei complimenti all’autrice.
Ornella Albanese

martedì 7 dicembre 2010

Lo giuro sulla mia lama - Iseut de Chapieu

“Non oltraggerai mai più questa donna, lo giuro sulla mia lama”
“Staremo a vedere idiota”
Roderick sferzò una frustata contro Malika e con impeto la scaraventò davanti a Donato. Questi ribollì di rabbia. Malika tremava a terra, il sari di seta sbranato dalle frustate di Roderick. I lunghi capelli corvini le coprivano il volto come una cortina funerea. Malika aveva paura di muoversi, di guardare cosa stava per accadere. Non c’era via di scampo per lei: la frusta del suo padrone avrebbe continuato a tormentarla fino alla morte.
E ora, in quell’istante qualcuno si era frapposto tra lei e il suo destino infelice. Una lama pronta a difenderla, una lama mossa da una mano forte, giusta. Donato, l’ispettore creolo delle tenute malesi di lord Kingsley. Donato, il suono di quel nome le scosse la coscienza. Quell’uomo era piombato nella sua vita sconvolgendola come un monsone. E ora, quell’uomo sconosciuto stava per battersi contro Roderick, il nipote di lord Kingsley. La giovane alzò il capo tremante e vide davanti a sé il giovane ispettore con la sciabola sguainata. Una violenta frustata le sferzò la schiena. I brandelli dell’abito di seta volarono nell’aria come ali di farfalle svelando la pelle dorata e insanguinata della schiena di Malika. La giovane gridò e si abbattè supina a terra.
“che cosa ti prende, creolo, dov’è la tua rabbia?” gridò Roderick contro Donato. Il nipote di lord Kingsley rise sguaiatamente, ripose la frusta e sguainò il fioretto.
L’ira e lo sdegno incendiarono gli occhi neri dell’ispettore. La mano forte strinse l’elsa della sciabola. Le forti gambe del creolo si tesero in uno scatto. Un grido ferino investì lo spavaldo Roderick: davanti ai suoi occhi vide tutta la rabbia e la furia del creolo. Con prontezza l’inglese scartò di lato l’assalto di Donato. Questi si girò contro Roderick e lo caricò ancora. Presto la danza mortale della frusta e della sciabola proseguì nel grande cortile, lontano da Malika svenuta.
Quel duello sembrò una corrida: Roderick, con l’eleganza di un toreador scartò e schivò le cariche furiose del creolo. Ben presto però quel gioco di finte e schivate sfiancò l’inglese che cedette alla forza taurina di Donato. I duellanti abbandonarono le armi, e la lotta divenne serrata, un avvinghiarsi di corpi sudati. I due uomini lottarono come leoni, il loro sangue macchiò la sabbia del cortile. Presto la sete di giustizia e di rivalsa per Malika infuocò i muscoli di Donato che serrarono mortalmente il collo di Roderick. L’inglese rantolò. Donato abbandonò il corpo del nemico, e si trascinò esausto fino a Malika.
La giovane si riebbe tra le braccia del creolo. Donato era ansante, coperto di graffi. Malika aprì bocca per chiedere cosa fosse accaduto, ma Donato le mise un dito sulle labbra e le sorrise.
“è tutto finito: non hai più nulla di cui temere”
Gli occhi di Malika brillarono di lacrime di liberazione, mise le braccia tremanti al collo di Donato e pianse di gioia: era tutto finito, e Donato, il suo salvatore, era lì con lei, vivo.

sabato 4 dicembre 2010

Il fidanzato traditore - da Elisabetta Bricca

Delle risate mi colgono impreparata: avevo sperato fosse solo, volevo regalargli me stessa prima della festa per il nostro fidanzamento di stasera. Salgo al piano di sopra, da dove mi giungono anche gridolini e risate femminili. Rallento il passo, quando scopro che provengono dalla camera da letto padronale.
Incedo incerta e mi arresto solo quando ragggiungo la soglia di quella porta socchiusa.
Le risate ora sono soffocate da lamenti. No, non sono lamenti, ma un uomo e una donna che si stanno amando. La mia mano fasciata dal guantino azzurro apre con determinazione la porta. Lo scenario che si offre ai miei occhi è oltremodo indecente!
Il mio fidanzato si sta contorcendo di piacere e, avvinghiato al suo corpo di uomo vissuto, c’è quello delicato e candido di Marie, la figlia di Lady Elisabeth, amica di sua madre. Mi aveva detto, un giorno, che considereva quella ragazza come una sorella.
Resto a guardare esterrefatta. Non so se urlare indignata, piangere, fuggire…
Raccolgo le forze. Respiro a fondo e ripenso a tutto ciò che mi ha insegnato mia madre. Ora capisco che ha ragione: non ci si deve innamorare degli uomini, bisogna educarli.
“Tesoro, fidanzato mio, non vorrei ti stancassi troppo con la tua amata “sorellina”… abbiamo una festa questa sera, ricordi?” esordisco, stupendo me stessa per il savoir faire e il controllo. Vorrei prenderlo a schiaffi, urlare furiosamente parole che non si addicono ad una signorina del mio rango; vorrei graffiare il dolce viso emaciato della fanciulla che ha appena goduto del mio uomo e vorrei strapparle quei capelli biondo miele che delicatamente si posano sulle spalle tempestate da mille lentiggini. Ma non farò nulla di tutto questo: la mia vendetta sarà un’altra.
Quattro occhi puntati su di me. Lei si copre con pudicizia arrossendo. E lui, il mio amore, si riallaccia le braghe che aveva calato e si avvicina lentamente.
“Che ci fai tu qui?! Avevi detto che non saresti venuta…” La  voce tremolante fa intuire la forte emozione che prova, e il suo incontrollabile disagio.
“Bramavo di essere tua…” dico guardandolo negli occhi in segno di sfida, poi gli sorrido cordiale: “ Ti aspetto di sotto, così mi accompagni da Carlotta…Miss Marie” aggiungo, facendo un cenno di saluto all’altra.
Prima di girarmi per uscire, noto una punta di rabbia nello sguardo di Filippo. Si sente tradito dal mio amore. Si sarebbe aspettato una scenata di gelosia o di disperazione a testimonianza del mio vivo e autentico sentimento. La mia vendetta è servita!



lunedì 29 novembre 2010

Il fidanzato traditore di Save the Queen

Delle risate mi colgono impreparata. Avevo sperato fosse solo. Volevo regalargli me stessa prima della festa per il nostro fidanzamento di stasera. Salgo al piano di sopra da dove mi giungono all’orecchio anche gridolini e risate femminili. Rallento quando scopro che provengono dalla camera da letto padronale.
Ma incedo con passo incerto e mi arresto solo quando sono sulla soglia di quella porta socchiusa.
Le risate sono ora soffocate da lamenti. No, non sono lamenti, ma un uomo e una donna che si stanno amando. La mia mano fasciata dal guantino azzurro apre con determinazione la porta. Lo scenario che si offre ai miei occhi è oltremodo indecente!
Il mio fidanzato si sta contorcendo di piacere. Avvinghiato al suo corpo di uomo vissuto, il delicato  e candido corpicino di Marie, la figlia di Lady Elisabeth, amica di sua madre. La ragazza era come una sorella per lui mi disse un giorno. Resto a guardare esterrefatta. Non so se urlare indignata, piangere, fuggire…
Raccolgo le mie forze. Respiro a fondo e ripenso a tutto ciò che mi ha insegnato mia madre. Ora capisco che ha ragione. Degli uomini non ci si deve innamorare, ma si devono educare.
“Tesoro, fidanzato mio, non vorrei ti stancassi troppo con la tua amata “sorellina”… abbiamo una festa questa sera, ricordi?” esordisco, stupendomi io stessa per il mio savoir faire e il mio controllo. Vorrei prenderlo a schiaffi, urlare furiosamente parole che non si addicono ad una signorina del mio rango, vorrei graffiare quel dolce viso emaciato che ha appena goduto del mio uomo e vorrei strapparle quei capelli biondo miele che delicatamente si posano sulle spalle tempestate da mille lentiggini. Ma non farò nulla di tutto questo. La mia vendetta sarà un’altra.
Quattro occhi puntati su di me. Lei si copre con pudicizia arrossendo. E lui, il mio amore, si riallaccia le braghe che aveva calato e si avvicina lentamente.
“Che ci fai tu qui?! Avevi detto che non saresti venuta…” la sua voce  tremolante fa intuire la sua forte emozione e il suo incontrollabile disagio.
“Bramavo di essere tua…” dico guardandolo negli occhi in segno di sfida.
Gli sorrido cordiale e aggiungo: “ Ti aspetto di sotto, così mi accompagni da Carlotta. Miss Marie” e le faccio un cenno di saluto.
Prima di girarmi per uscire, noto una punta di rabbia nello sguardo di Filippo. Si sente tradito dal mio amore. Si sarebbe atteso una scena di gelosia o disperazione a testimonianza del mio vivo e autentico sentimento. La mia vendetta è servita!




venerdì 26 novembre 2010

L'editing di Theresa Melville alla Scena "Tradimento".

Da  Theresa Melville

TRADIMENTO

Era una mattina di novembre fredda e limpida.
Luisa indossava un cappotto blu di cashmere e il vestito preferito di Saverio, quello di seta, che le aveva portato di ritorno dal viaggio in Cina.
L’abito le accarezzava la figura ancora snella, malgrado l’età; quel mattino, vedendolo appeso nell’armadio, aveva pensato che fosse un po’  vistoso per una visita in ospedale, poi l’aveva messo comunque. Saverio era malato. Poteva essere l’ultima volta che lo vedeva vivo. E non voleva deluderlo. Voleva essere esattamente come lui la desiderava.
Entrò in ospedale. Prima di salire al piano, andò dal medico per informarsi sulle condizioni di Saverio.
— Suo marito si sta riprendendo meglio di quanto ci aspettassimo — le annunciò il dottore. — Presto potrà tornare a casa.
— Grazie, grazie dottore. Lei non immagina quanto sia felice di saperlo.
Salutò il medico e si diresse verso l’ascensore. Il reparto di oncologia era al settimo piano; entrandovi, fu schiaffeggiata dall’orrendo pavimento in gomma a scacchi gialli e bianchi, imitazione marmo. Se non altro, pensò, è lucido e pulito.
La stanza di Saverio era in fondo al corridoio.
Luisa esitò, fu sul punto di tornare indietro. Poi si decise. Aprì la porta.
— Sapevo che saresti venuta — l’accolse Saverio, e dal letto  la squadrò  con  disappunto: — Ma come ti sei conciata? Hai cinquant’anni... Sei patetica.
Luisa si sforzò di giustificare il suo uomo. La malattia, la depressione, l’età: bisognava comprenderlo. Erano ancora insieme dopotutto, dopo tanti anni, dopo le altre donne.
Saverio, ora, aveva bisogno del suo aiuto. Non glielo avrebbe negato.
L’altra era sparita quando la malattia era peggiorata, così dall’ospedale avevano chiamato lei, sua moglie, ad assisterlo.
Si erano riconciliati. Per sempre, aveva creduto Luisa. 
— Il dottore ha detto che l’operazione è andata bene — disse al marito, ignorando il suo commento astioso.  — Presto potrai uscire. A casa è tutto pronto.  Io e le tue figlie ti aspettiamo.
Saverio non rispose subito; girò la testa verso la finestra e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, la guardò con freddezza. — Marisa è venuta a trovarmi  — la informò.
Poteva significare nulla, ma non era così.
 — Vuole che ritorniamo insieme — aggiunse. — Non penso di venire da te.
Concentrati, concentrati, non devi piangere.
— Ma come... Dopo quello che abbiamo passato in questi mesi, dopo le promesse che mi hai fatto... Io ti sono stata vicina, non Marisa. Hai detto che mi amavi, che ti eri reso conto dello sbaglio.
— Lo so, sono stato un debole. Temevo di rimanere solo. Ma non ti amo più. Ti voglio bene, ma non ti amo.
Luisa sapeva quale era il vantaggio di Marisa. — Il fatto che lei abbia trent’anni e io cinquanta è ininfluente, vero? Sei un maiale. Non dovevo permetterti di farmi ancora del male. — E uscì quasi di corsa dalla stanza.
 Dovevo dar retta alle mie figlie, pensò, mi avevano avvisata. Conoscono il padre meglio di quanto io conosca mio marito.




lunedì 22 novembre 2010

Tradimento di Titina

TRADIMENTO

Era una mattina di novembre fredda e limpida. Luisa indossava un leggero cappotto blu di cashmere. Sotto aveva il vestito preferito di Saverio, quello morbido di seta che le aveva portato al ritorno dalla Cina. L’abito accarezzava con dolcezza la figura ancora snella nonostante l’età. Nel vestirsi quella mattina, aveva pensato che fosse un abbigliamento un po’ troppo vistoso per una visita in ospedale. Ma non le importava. Forse quella era l’ultima volta che lo vedeva vivo. Saverio era malato. Non voleva deluderlo. Doveva essere esattamente come lui la desiderava.
Prima di salire andò dal medico a informarsi sulle condizioni di Saverio.
«Suo marito si sta riprendendo meglio di come ci aspettavamo. Presto potrà tornare a casa,» le annunciò il dottore.
«Grazie, grazie dottore, non sa come mi fa felice.»
Attraversò l’atrio dell’ospedale e si diresse verso l’ascensore. Il reparto di oncologia era al settimo piano. Quando si aprirono le porte fu schiaffeggiata dalla rara bruttezza del pavimento in gomma a scacchi gialli e bianchi imitazione marmo. Ma almeno era lucido e sembrava pulito, pensò.
La stanza di Saverio era in fondo al corridoio, esitò, voleva quasi tornare indietro. Poi si decise ad aprire la porta.
«Lo sapevo che saresti venuta.» L’accolse Saverio. «E come ti sei conciata? Lo vuoi capire che hai cinquant’anni? Sei patetica.»
Luisa si sforzò dentro di sé di giustificare il suo uomo.
La malattia, la depressione, l’età: bisognava comprenderlo. Ma erano ancora insieme dopotutto, dopo tanti anni, dopo le altre donne. Saverio, ora, aveva bisogno del suo aiuto.
Non glielo avrebbe fatto mancare.
L’altra era sparita appena le condizioni di salute erano peggiorate e dall’ospedale avevano chiamato lei ad assisterlo. Si erano riconciliati. Per sempre, pensava Luisa. 2 «Il dottore mi ha detto che l’operazione è andata bene,» disse Luisa, «presto potrai uscire, ho già preparato tutto a casa, io e le tue figlie ti aspettiamo.»
Saverio non rispose subito, girò la testa verso la finestra
e chiuse gli occhi. Quando li riaprì aveva uno sguardo freddo: « È venuta a trovarmi Marisa,» disse.
Poteva non significare nulla, ma non era così.
«Vuole che ritorniamo insieme,» continuò Saverio, «non penso di venire da te.»
Concentrati, concentrati, non devi piangere, non devi piangere.
«Lo so, sono stato un debole. Avevo paura di rimanere solo. Ma non ti amo più. Ti voglio bene, ma non ti amo.»
Luisa sapeva quale era il vantaggio di Marisa: «E il fatto che lei abbia trent’anni e io cinquanta è ininfluente? Vero? Sei un maiale. Non dovevo permetterti di farmi ancora del male.» Pronunciando questa frase, Luisa uscì dalla stanza quasi di corsa. Dovevo dar retta alle mie figlie, pensò, mi avevano avvisata. Conoscono il padre meglio di quanto io conosca mio marito.

Officina presenta: Sfida per il Talento

Una nuovo obiettivo: racchiudere una scena in 3000 battute. Sfida difficile, ma non impossibile per le autrici di Officina che hanno raccolto il guanto con coraggio.
Amore, passione, gelosia, tradimento: questi i temi. Siete curiosi di leggere cosa ne è venuto fuori?
Be', ne rimarrete stupiti.
Un grazie di cuore alla collaborazione di tre grandi scrittrici come Ornella Albanese, Theresa Melville, Isabella Mnotwright che si occuperanno dell'editing delle scene. Siete l'esempio vivente di come il confronto, la condivisione di esperienza e la generosità siano alla base della crescita professionale.
Le scene saranno pubblicate sul blog in ordine di arrivo e il "giudizio" della scrittrice professionista sarà reso noto alla fine di ogni settimana.
E ora... Buon Divertimento e Buona Lettura!