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lunedì 22 novembre 2010

Tradimento di Titina

TRADIMENTO

Era una mattina di novembre fredda e limpida. Luisa indossava un leggero cappotto blu di cashmere. Sotto aveva il vestito preferito di Saverio, quello morbido di seta che le aveva portato al ritorno dalla Cina. L’abito accarezzava con dolcezza la figura ancora snella nonostante l’età. Nel vestirsi quella mattina, aveva pensato che fosse un abbigliamento un po’ troppo vistoso per una visita in ospedale. Ma non le importava. Forse quella era l’ultima volta che lo vedeva vivo. Saverio era malato. Non voleva deluderlo. Doveva essere esattamente come lui la desiderava.
Prima di salire andò dal medico a informarsi sulle condizioni di Saverio.
«Suo marito si sta riprendendo meglio di come ci aspettavamo. Presto potrà tornare a casa,» le annunciò il dottore.
«Grazie, grazie dottore, non sa come mi fa felice.»
Attraversò l’atrio dell’ospedale e si diresse verso l’ascensore. Il reparto di oncologia era al settimo piano. Quando si aprirono le porte fu schiaffeggiata dalla rara bruttezza del pavimento in gomma a scacchi gialli e bianchi imitazione marmo. Ma almeno era lucido e sembrava pulito, pensò.
La stanza di Saverio era in fondo al corridoio, esitò, voleva quasi tornare indietro. Poi si decise ad aprire la porta.
«Lo sapevo che saresti venuta.» L’accolse Saverio. «E come ti sei conciata? Lo vuoi capire che hai cinquant’anni? Sei patetica.»
Luisa si sforzò dentro di sé di giustificare il suo uomo.
La malattia, la depressione, l’età: bisognava comprenderlo. Ma erano ancora insieme dopotutto, dopo tanti anni, dopo le altre donne. Saverio, ora, aveva bisogno del suo aiuto.
Non glielo avrebbe fatto mancare.
L’altra era sparita appena le condizioni di salute erano peggiorate e dall’ospedale avevano chiamato lei ad assisterlo. Si erano riconciliati. Per sempre, pensava Luisa. 2 «Il dottore mi ha detto che l’operazione è andata bene,» disse Luisa, «presto potrai uscire, ho già preparato tutto a casa, io e le tue figlie ti aspettiamo.»
Saverio non rispose subito, girò la testa verso la finestra
e chiuse gli occhi. Quando li riaprì aveva uno sguardo freddo: « È venuta a trovarmi Marisa,» disse.
Poteva non significare nulla, ma non era così.
«Vuole che ritorniamo insieme,» continuò Saverio, «non penso di venire da te.»
Concentrati, concentrati, non devi piangere, non devi piangere.
«Lo so, sono stato un debole. Avevo paura di rimanere solo. Ma non ti amo più. Ti voglio bene, ma non ti amo.»
Luisa sapeva quale era il vantaggio di Marisa: «E il fatto che lei abbia trent’anni e io cinquanta è ininfluente? Vero? Sei un maiale. Non dovevo permetterti di farmi ancora del male.» Pronunciando questa frase, Luisa uscì dalla stanza quasi di corsa. Dovevo dar retta alle mie figlie, pensò, mi avevano avvisata. Conoscono il padre meglio di quanto io conosca mio marito.

5 commenti:

  1. Ciao a tutte! Chiedo scusa, ma non ho capito se questa è la scena iniziale o quella con le modifiche dell'editing.

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  2. Ciao Irene! Questa è la prima scena di quelle pervenute (saranno pubblicate sul blog in ordine di arrivo). Il "giudizio" dell'autrice sarà reso pubblico alla fine di questa settimana!

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. ...ho fatto un account google solo per postare il commento, spero di non avere fatto disastri!! A parte questo, trovo sia estremamente difficile trasmettere delle emozioni in pochi caratteri (anche gli spazi aaaaargh!!), ma Titina è riuscita a descrivere i sentimenti di Luisa con uno stile semplice e fluido. In bocca al lupo!

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